L’idea

L’accoglienza.
Durante la mia malattia sognai la futura Città dei Ragazzi di Roma, una comunità ove l’antico adagio “Maxima debetur puero reverentia” sarebbe stato meditato ed applicato; una comunità dove i diritti ed i doveri innati e la missione affidata da Dio ad ogni ragazzo nella società, sarebbero stati rispettati; una fraterna comunità, dove giovani, resi cinici dalle loro esperienze negative, avrebbero imparato la difficile arte del vivere insieme in libertà, in mutua tolleranza, in pace; un luogo sereno dove ogni ragazzo asociale avrebbe trovato comprensione per le sue difficoltà ed incoraggiamento nello sforzo di elevarsi; un luogo dove il fanciullo amareggiato avrebbe imparato dalla dedizione degli anziani che nel mondo vi è calore, bontà, abnegazione; un luogo dove il giovane spronato a sviluppare le proprie qualità, avrebbe potuto progredire giorno dopo giorno; un luogo in cui lo scopo finale sarebbe stato quello di aiutare ogni fanciullo a trovare il suo giusto posto nella società, secondo il piano di Dio.
Nella Città dei Ragazzi doveva esserci una chiave capace di aprire i santuari del cuore dove erano state celate tutte le tenere memorie di ieri, le memorie delle cose ancorate così profondamente nelle fibre dell’essere, il cui solo ricordo provocava sofferenza e dolore. Queste preziose memorie dovevano di nuovo essere liberate dalla forza magica dell’amore in modo che non potessero più far male, ma riacquistassero l’antico potere di consolare e incoraggiare.
Fiducia e amore: le due grandi forze su cui edificare una città, non intesa semplicemente come raggruppamento di costruzioni fatte di pietra, ma come comunità di liberi, responsabili cittadini che sarebbero vissuti insieme come fratelli sotto la paterna protezione di Dio.

Il metodo.
Oggi nessuno nega che sia una cosa necessaria educare i giovani alla responsabilità: alcuni, però, continuano a sostenere che si può fare senza dar loro responsabilità concrete, senza che abbiano la libertà di predisporre programmi, di prendere decisioni, di fare scelte, cioè di correre il rischio di sbagliare.
Mi chiedo piuttosto se spesso non sia l’adulto a temer di affrontare il grave compito di educatore e di accollarsi anche il rischio che ne deriva; se egli non preferisca gli schemi rigidi di regolamenti formali, che rendono più agevole la disciplina esterna, ma non sono atti a favorire una reale educazione alla responsabilità.
I giovani di un istituto possono essere educati alla responsabilità senza sindaco, giudice, elezioni, assemblea, assessori e banca?
Senza dubbio, ma a condizione che vi sia un sistema pedagogico adatto; il quale, però, è tutt’altro che facile a trovarsi. Come è possibile dare, giorno per giorno, concrete responsabilità a centinaia di adolescenti?
Come si può programmarne il graduale intensificarsi, adattandole alle diverse età e alle varie capacità di ognuno? E come, in pratica, si può realizzare ciò in modo che sia accetto anche ai ragazzi?
Il mio timore è che, se non si elabora un sistema di vita comunitaria quanto più possibile aderente alla realtà, si rischia facilmente di ricadere in quello che soddisfa gli adulti per la soluzione degli immediati problemi disciplinari, trascurando l’altro, basilare, della vera educazione.

Indietro

2010 © Opera Nazionale per le Città dei Ragazzi All rights reserved / Note legali / design: bcpt_Associati Perugia