“La Città dei Ragazzi” di Eraldo Affinati.

Il vento in faccia sul ponte della Magliana. Honda Transalp. Grande Raccordo Anulare. Via della Pisana. Al cancello d’entrata una voce grida: “Professore!“. È Petrit, l’ho visto un paio di volte l’anno scorso, nella sede principale della scuola dove insegno: mi ha riconosciuto subito. Frequenta la terza superiore, sezione operatori meccanici. Oggi entrano soltanto le prime classi. Lui sta aspettando l’autobus diretto in centro. Ci diamo appuntamento per l’indomani. Sono le otto. Non è arrivato ancora nessuno. Mi avvio verso la scuola chiusa.
Annuso gli odori. I viali profumano d’erba. Nell’aria si avverte la presenza del mare: un’essenza mediterranea di alberi e moli, prima che i sassi si trasformino in sabbia. A pochi chilometri c’è il Tirreno. Una parte di Roma che ho sempre considerato un po’ magica, da vacanza. Mio padre, al volante della Fiat Cinquecento, un semaforo dopo l’altro, sulla Cristoforo Colombo. Primi anni Sessanta. Il tempo è passato come un tagliatore di teste che non guarda in faccia le sue vittime. Lavora cocciuto eseguendo un compito le cui ragioni non lo riguardano.
Faccio un giro all’interno della Città. Le strade sono intitolate a personaggi famosi: Pio XII, John Fitzgerald Kennedy. La via principale si chiama corso Italia: ci hanno passeggiato tanti visitatori, da Paolo VI a Walt Disney, da Rocky Marciano a Humphrey Bogart. Le villette dove abitano gli ospiti si chiamano Amerigo Vespucci, Giovanni da Verrazzano. Vicino a piazza Texas c’è l’Emporio. Alle sue spalle, la Banca. Dietro l’angolo, l’Assemblea. Sul prato, davanti alla chiesa, riposa monsignor John Patrick Carroll-Abbing. Cuore grande. Testa dura d’irlandese. È lui che, raccogliendo gli orfani dalle macerie, nel secondo dopoguerra, s’inventò tutto questo: il sistema dell’autogoverno coi sindaci bambini, gli assessori alle finanze, allo sport, gli ispettori, la moneta locale, chiamata lo scudo, utile per comprare succhi di frutta e merendine. Morì nel 2001: non feci in tempo a conoscerlo. Ma, venendo qui ogni giorno, è come se gli parlassi.
Immagino mi batta la mano sulle spalle. Coraggio, figliolo, andrà tutto bene. Torno verso il cortile mettendomi a sedere sul muretto. Per qualche istante, sento di essere invaso da uno scoramento. La paura di non farcela. Oppure l’improvvisa coscienza di quello che dovrò affrontare, fuori e dentro di me. Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi. È il salmo ventidue. Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto.
A poco a poco, dal fogliame che separa la scuola dalle unità abitative, spuntano i ragazzi: un tempo erano gli sciuscià italiani. Adesso i loro nomi sono Khuda, Qambar, Nabi, Francisco, Musa, Lazar, Sharif, Shumon. Hanno appena fatto colazione nel grande refettorio. Vengono da Capo Verde, dalla Nigeria, dal Marocco, dalla Romania, dalla Moldavia, dal Bangladesh, dall’Afghanistan.
Siamo tutti qui ad aspettarli, di ritorno dalle lunghe vacanze estive. Si presentano ad Antonio, il responsabile dell’Istituto Professionale, ex cittadino lui stesso, abbracciano Anna e Rosaria, salutano Corrado, conoscono i nuovi professori. Hanno alle spalle famiglie smembrate, passioni recise, i giocattoli rotti, le favole mai ascoltate, quello che non si può dire, gli incisivi bucati, gli occhi vigili, indimenticabili, della sentinella ansiosa nelle notti di pioggia trascorse all’addiaccio, ad aspettare i nemici che vogliono ucciderla.

Affinati Eraldo, La città dei Ragazzi, 2008, Mondadori
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